Negli ultimi giorni mi sono trovato più volte a contatto con teorie “alternative” che cercano di dare spiegazioni sull’epidemia da Covid-19 diverse da quelle provenienti dall’informazione istituzionale. Video condivisi su WhatsApp di persone che mostrano tutta una serie di verità che i media convenzionali non hanno il coraggio di mostrare, altri che filmano piazze gremite in Oriente e ne traggono un’ipotesi sul perché in Italia non si voglia combattere l’epidemia.
Insomma, mi sono imbattuto in quel fenomeno, ormai noto ai più, che viene definito come complottismo.

 

Ritengo utile specificare che non è mio intento confutare alcuna teoria, anche se talvolta qualcuna mi appare poco credibile; questo per almeno due motivi: da una parte, banalmente, non è l’obiettivo di questo articolo; dall’altra, ed è l’aspetto più rilevante, sono convinto che un contraddittorio per quanto puntuale e logico con una teoria complottista la legittimi, la reifichi e questo sposterebbe l’attenzione più sulla veridicità di un’ipotesi che sul significato psicologico che ha il formulare tale supposizione; in altre parole se provo a confutare l’opinione che la terra sia piatta, in qualche modo sto dando valore a quella stessa teoria (altrimenti non ne parlerei nemmeno). Parafrasando Watzlawick, a una comunicazione possiamo rispondere con una conferma (sì, sono d’accordo), un rifiuto (no, non sono d’accordo) o una disconferma (non ti rispondo, non esisti). Le prime due, pur essendo l‘opposto l’una dell’altra, ammettono la dignità della teoria; la disconferma, no.
Inoltre c’è un sottile implicito nella dialettica tra Scienza e complottismo; spesso l’onere della prova spetta alla Scienza, alle teorie complottiste basta insinuare il dubbio. Nel vivere quotidiano di un individuo non importa che ci siano dei fatti dimostrabili ad avvalorare una tesi, è sufficiente creare un sospetto per suscitare un’emozione: “Ma davvero pensi che Lady Diana sia morta per un semplice incidente di auto?” “Non ti sembra strano che nelle torri gemelle non ci fosse neanche un ebreo?”(per altro, dato smentito dalle autorità). E talvolta dimostrare che tali teorie siano false non è possibile o richiederebbe molto tempo: in effetti tecnicamente nel 1969 era possibile fare un filmato che assomigliasse a quello dello sbarco sulla luna.

 

Detto ciò, al di là della possibilità o meno di verificare l’esistenza di complotti, spesso ipotizzare una macchinazione ha a che fare con dinamiche psicologiche complesse che dicono poco rispetto al contenuto del complotto stesso.

 

Ciò che mi interessa maggiormente è fornire una lettura psicologica a questo fenomeno, ossia provare a rispondere alle domande:Perché è importante per l’uomo immaginare un complotto? A cosa è utile? Soddisfa un suo bisogno?

 

Innanzitutto credo sia importante dire che noi esseri umani, per avere un maggiore adattamento al mondo, abbiamo bisogno di poter anticipare gli eventi, creare delle regolarità che ci permettano di prevedere ciò che accadrà. Se un leone mi corre incontro è bene che scappi, se mi corre incontro il mio cane, lo abbraccio. La scelta del comportamento più adeguato è possibile perché ho una teoria che mi permette di anticipare gli eventi (leone pericoloso, cane innocuo). In certe situazioni non abbiamo sufficienti costrutti per anticipare adeguatamente gli eventi: in questi giorni, per esempio, non abbiamo molti elementi per poter prevedere il futuro e ciò genera un’elevata quota d’ansia. Questo può portare a un’ideazione catastrofica che aumenta l’ansia in modo circolare e autoalimentante, ma anche alla formulazione di teorie (seppur sconvolgenti e terrifiche) che tentino di dare una spiegazione più precisa e in linea con il nostro modo di vedere il mondo. In altre parole, per alcune persone è una soluzione meno ansiogena immaginare che il coronavirus sia un prodotto della biotecnologia americana, piuttosto che frutto di una mutazione casuale di un virus già presente in natura. Perché? Perché è più anticipabile. Se l’ha creato un qualche “Governo”, è molto più sotto controllo, non è casuale, magari è stato diffuso con intenzione malevola, ma almeno si ha idealmente un nemico da affrontare, rappresenta qualcosa di concreto, tangibile e peraltro c’è l’inconsapevole speranza che “se l’ha fatto l’uomo, l’uomo potrà combatterlo”.

Ci tengo a ripetere che non è l’obiettivo di questo articolo confutare o avvalorare alcuna ipotesi, ma aiutare la persona a comprendere il perché il pensiero complottista si fa largo più frequentemente in situazioni di stress.

 

Oggi guardiamo con tenerezza e degnazione alle popolazioni antiche che praticavano sacrifici umani per far sì che gli Dei non scatenassero un terremoto o l’eruzione di un vulcano, ma da un punto di vista psicologico queste pratiche rappresentavano un modo per gestire la paura nei confronti di qualcosa di altrimenti imprevedibile e nefasto: “Se credo fortemente che sacrificando una persona il vulcano non erutterà, fare questo permetterà alla gente di vivere serenamente fino alla prossima eruzione (tranne che al sacrificato)”.
Hanno creato un’anticipazione, errata, ma che funziona nei termini di contenimento dell’ansia.

 

complottismoUn altro aspetto importante da sottolineare è quello della proporzionalità; provo a spiegarlo con un esempio partendo dalla versione ufficiale USA che venne data ai fatti del 1963 (senza, quindi, schierarmi su quale sia stata la “realtà”): il presidente degli Stati Uniti J.F Kennedy venne ucciso da uno squilibrato che sparò da una finestra. Questo evento ha condotto a molte letture complottiste; uno di motivi riguarda il fatto che Kennedy è stato uno degli uomini più importanti nel mondo e lo sconvolgimento che la sua uccisione ha causato in molti non può essere spiegato solo attraverso il gesto di un folle; dev’esserci un’altra spiegazione! Questo coronavirus che sta creando così tanto dolore e sofferenza non può essere solo una mutazione di un banale virus come normalmente avviene in natura. Dev’esserci una spiegazione superiore che sia proporzionata a tutta questa angoscia: dei motivi economici, bellici, religiosi. Un’entità superiore, magari malvagia, che però segua un qualche tipo di logica.

 

In questo periodo, infine, siamo bombardati da una mole enorme di informazioni che genera confusione e disorientamento, è difficile capire quale fonte sia attendibile, a quale notizia credere, come interpretare quanto sentito; spesso una teoria complottista semplifica tutto questo caos; è un’euristica, una scorciatoia del pensiero che ci permette di non confrontarsi con i dati complessi delle scienze chiamate in causa in questa situazione. Insomma ci evita di entrare in contatto con materie e argomenti che genererebbero ancor più caos, in quanto ognuno di noi ha una certa area di competenza tale per cui non è facile né possibile affrontare la complessità di un argomento simile senza perdersi.

 

Cosa fare, quindi, quando si affacciano alla mente pensieri di complotto e inizia ad annidarsi il sospetto che sia tutta una manipolazione o quando una persona a noi vicina si focalizza su queste ideazioni? Beh, innanzitutto proviamo a considerarlo un meccanismo di difesa comprensibile, che può riguardare molte persone; ciò che può essere utile è andare al di là del contenuto del pensiero stesso, rivolgendo piuttosto l’attenzione al significato di tale meccanismo: in altri termini più che cercare prove a sostegno del complotto, guardiamo a noi stessi (o all’altro) con l’indulgenza che proveremmo per una persona spaventata e in ansia. Più che lanciarci in una battaglia per dimostrare che questi pensieri siano esatti o sbagliati, diamone una lettura in termini di funzionalità: il temere che ci sia una macchinazione alle nostre spalle probabilmente è un modo per gestire l’angoscia, ossia nelle situazioni in cui si vive in uno stato di costante preoccupazione, l’immaginare un nemico concreto è un modo di fronteggiare l’ansia; tenere a mente questo meccanismo psicologico può essere utile per legittimare quei vissuti di incertezza che stiamo affrontando in questo periodo.
Infatti è una fase difficile e non siamo abituati a gestire tale caos emotivo; proviamo a condividere con qualcuno il fatto che siamo spaventati, che proviamo angoscia e soprattutto impegniamo le energie al fine di ampliare la tolleranza personale verso l’incertezza e la paura. E qualora questo non fosse sufficiente rivolgiamoci a un esperto che possa aiutarci.